“MALEDETTA!” ELSA MORANTE (E TUTTE LE ALTRE) IN GUERRA CON LA MADRE

Pubblichiamo un articolo di Annalena Benini uscito sul Foglio ringraziando la testata e l’autrice. (Immagine: Frederic Leighton)

di Annalena Benini

“Maledetta!”. Quando la madre si ritirò nella sua camera, Elsa Morante le infilò sotto la porta un biglietto con questa parola. E il punto esclamativo. La madre aveva violato il divieto assoluto di telefonare ai suoi amici quando lei, diciottenne, la sera faceva tardi a Roma. Aveva telefonato, qualcuno aveva risposto e le aveva passato Elsa, a casa si erano urlate di tutto, si erano rinfacciate quella vita insieme, troppo stretta, troppo vicine: la madre voleva entrare nel mondo della figlia, voleva sentire i suoi racconti, conoscere i suoi nuovi amici scrittori, voleva un po’ di gratitudine per quella grandiosa fiducia e per l’impegno che aveva messo per incoraggiare, esaltare, fin da quando era piccolissima, il genio di Elsa. Pretendeva anche, forse, un po’ della sua sconfinata giovinezza, un riflesso di quel talento che lei, per sé, non aveva potuto coltivare. Elsa Morante voleva che stesse fuori dalla sua vita. Si innervosiva. Aveva diciott’anni, aveva appena pubblicato un romanzo a puntate sul Corriere dei Piccoli e si vergognava di sua madre, una maestra. “Maledetta!”, le scrisse. Ma poco dopo si pentì e le infilò un nuovo biglietto sotto la porta. Questa volta c’era scritto “Benedetta”.

Fu quella la notte in cui cominciò, senza finire mai, la guerra fra madre e figlia, ha raccontato in una vecchia autobiografia Marcello Morante, uno dei fratelli di Elsa (e padre di Laura Morante). Elsa era stata la bambina più adorata, mandata dalla zia ricca a studiare e a mangiare bene, a curare l’anemia, lodata perché a due anni e mezzo componeva le sue prime poesie in versi sciolti. Una bambina eccezionale, una madre spudoratamente fiera e piena di speranza, negli anni Trenta a Roma: non c’erano motivi per combattersi, volevano entrambe la stessa cosa. Un romanzo, la pubblicazione, la gloria, essere una scrittrice, essere (almeno) la madre della scrittrice, che si siede in prima fila ai premi, che riceve gli omaggi e i complimenti degli amici intellettuali.

Elsa non la volle al Ninfeo di Villa Giulia, al premio Strega nel 1957, non la volle nemmeno al matrimonio con Alberto Moravia. Voleva essere sola, non avere una madre, uno specchio, un monito, un pezzo di sé che la fissava e un’altra donna che ricevesse le attenzioni che spettavano soltanto a lei. Qualcuno che le dicesse: assomigli a tua madre. Succede quando qualcosa si spezza, quando un mondo finisce: io divento grande, tu diventi vecchia, non puoi venire con me. Non puoi assillarmi, non puoi ricordarmi continuamente chi ero, adesso che non lo sono più, oppure non puoi pretendere di esserci adesso, se non ci sei stata mai prima. Tu mi dicevi: fatti la tua vita (quando lavoravi tanto, quando avevi i tuoi amanti, quando pretendevi che io crescessi forte), e adesso che è tutto finito, adesso che ho quasi imparato, vuoi invadere la mia vita, starmi addosso. Succede in molte forme diverse, e non è necessario detestarsi o scappare per sapere che è lì dentro, in quel fastidio, o in quella venerazione, in quel dondolio di “maledetta” e “benedetta”, in quel rapporto primitivo, la madre e la figlia, che infiliamo tutto quello che non va e tutto quello che non vorremmo essere.

La fiducia totale appartiene a giorni piccolissimi, lontani, ma anche nel ricordo di quei giorni arriva sempre, all’improvviso, il ricordo di qualcosa che una madre ha sbagliato. Eri nervosa. Mi hai dato uno schiaffo. Non c’eri mai. C’eri sempre. Eri troppo apprensiva. Non mi lasciavi uscire. Non restavi sveglia ad aspettarmi la notte. Non mi capivi. Non ridevi mai. Ridevi troppo, che avevi da ridere? Eri bella e io ero brutta. Ti trascuravi e io mi vergognavo. Hai tradito papà. Non l’hai mai tradito e invece avresti dovuto, io adesso sarei meno bloccata. Non eri come le madri delle mie amiche. Eri troppo uguale a tutte. Pensavi solo a te. Pensavi solo a noi, non avevi una vita, era un modo per ricattarci. Quella volta in cui mi hai detto: non sai fare niente, e io da allora non so davvero fare più niente. Quel muso che avevi sempre la domenica mattina quando facevo tardi il sabato, che strazio: per stare tranquilla avresti sacrificato la mia vita intera di ragazza.

Non mi hai mai preparato una torta. Stavi tutto il tempo in cucina come una massaia del secolo scorso. Preferivi mia sorella. Facevi tutto per mio fratello. Andavi in vacanza con le amiche e mi lasciavi con quella zia orribile, me lo ricordo sai, anche se avevo la febbre, anche se scaldavo il termometro sul termosifone prima che tu partissi. Non andavi mai da nessuna parte, stavi sempre lì, con la faccia arrabbiata, a sbattere piatti sul tavolo della cucina. Non mi hai insegnato niente. Volevi insegnarmi tutto. Non avresti mai dovuto raccontarmi i fatti tuoi quel giorno in macchina, io i fatti tuoi non li voglio sapere, sei mia madre non una mia amica. Non so niente di te, mi hai tenuta fuori da tutto, non so chi sei. Nella costruzione di una vita serve qualcuno con cui prendersela, serve un posto caldo che possa accogliere tutte le battaglie, le ferite, gli inciampi e le incapacità.

In una commedia di Valeria Bruni Tedeschi, “Attrici”, lei interpreta una donna in crisi, in cerca di un marito, in cerca di un figlio e con una madre che le consiglia di andare a chiedere aiuto alla Vergine Santissima e intanto di andare a letto con il suo ex fidanzato anche se adesso ha due gemelli e un matrimonio felice (“Non importa, vacci a letto, è a letto che si capiscono le cose”); la madre prende lezioni private di inglese (è la vera madre di Valeria Bruni Tedeschi, Marisa Borini) e la figlia va a prenderla a fine lezione, distrutta dai moniti della ginecologa che ha “il dovere di informarla” del tempo che passa: arriva proprio mentre la madre sta elencando, in un inglese stentato, gli uomini che ha avuto: “One, two, three, four, five, six, seven, un sacco di love story and after la nascita della mia prima figlia mio marito mi ha detto: don’t abandon the family, vivi le tue love story but don’t abandon the family. Come si dice tradire in inglese? Ah, sei qui cara, non ti avevo vista”.

Si guarda la propria madre, spudorata o dimessa o bugiarda o distratta o infelice o grassa, e si tira il filo, a partire da lei, con appese tutte le cose un po’ storte. Pensiamo che lo tenga in mano, che l’abbia mosso sempre lei fin dall’inizio, il filo delle cose storte. Maledetta e benedetta insieme. Anche quando, come Elsa Morante, si scappa lontano, o soltanto al centro di Roma ma con un muro alto di indifferenza, o quando ci si parla tutti i giorni al telefono, e una delle due dopo trentadue secondi dice la frase sbagliata (è grande il talento per le parole sbagliate di una madre e di una figlia) e allora “Vabbè mamma ti saluto”, la colpa è tutta là. Dentro quel groviglio di somiglianze, di repulsione, di imitazione involontaria e di promesse fatte da adolescenti: mai come mia madre. O dentro anche una reciproca adorazione mai risolta, mai liberata, che deve per forza schiantarsi addosso a qualcosa perché si possa finalmente respirare da sole. Bisogna tirare qualche pietra, tuffarsi nel risentimento, non c’è un’altra strada? In fondo perché le nostre figlie dovrebbero trovarci così sbagliate? Non siamo noi, già, così, adesso, diventate le donne che loro un giorno vorranno essere? Non siamo uguali, adesso?

Mamma guarda che brutto naso, come il tuo, è colpa tua. Mamma perché non ho le tette come le tue? È colpa tua. Mamma esci da questa stanza, è la mia vita. Mamma dove sei? Te ne freghi di me. Dicono che cominci durante l’adolescenza, lo scatenamento del conflitto, ma in realtà accade tutto molto prima: lo sguardo di una figlia su sua madre, il confronto con le madri delle altre, gli occhi di una bambina su quella donna che la tiene in braccio ma intanto guarda anche altrove, forse ha dei segreti, oppure ha deciso di non averne nessuno, perché ha già dovuto ribellarsi a sua madre, vuole che sua figlia non ne abbia bisogno (“una figlia contiene dentro di sé la  madre e la madre di sua madre” è una verità impegnativa, significa che non si può scappare).

Justine Lévy, figlia di Bernard-Henri Lévy, il filosofo parigino, è una scrittrice, sua madre era una modella bellissima e anticonformista, anche sofferente, drogata, difficile: Justine ha raccontato in un libro, “Mauvaise fille”, tutte le colpe che ha dato a sua madre (mai al padre), per la vita strana, per la propria infelicità, i propri errori, per l’assenza di crostate, per tutta quella mancanza di convenzionalità: “Una volta, da Rostand, un sabato ci siamo viste dopo la scuola, avevo solo sette anni, forse otto, non so chi volesse provocare, forse proprio me magari, mi diceva guarda che brutti ’sti stivali, la ragazza nella foto aveva le gambe spalancate, era nuda con gli stivali, certo che erano brutti ma non era quello il punto, stavo seduta con il mio Paperone, probabilmente ero paonazza e speravo che nessuno ci notasse troppo, invece una signora di fronte ha chiesto il conto con aria disgustata e il cameriere ha cercato di rimorchiare mia madre che faceva finta di niente e lo lasciava dire, sorseggiando la birra senza guardarlo, e voltava le pagine e rideva”.

Le amiche le dicevano: certo che forza avere una madre come tua madre, puoi fare tutto quello che vuoi, anche ubriacarti, anche andare a letto tardi, ascoltare gli amici di tua madre che suonano la chitarra. E allora la figlia odiava la libertà, e ha continuato a odiarla sempre: le piacciono soltanto le norme, gli orari ben scanditi, l’abitudine, essere sgridati se si fa qualcosa di sbagliato, essere messi in punizione, andare a letto presto. È colpa tua, mamma, mi hai reso moralista, rigida, insicura. Io sarei meglio di così, se solo mia madre fosse stata diversa. Sarei più felice, se lei fosse stata meno pazza. C’è un lungo momento in cui il filo delle cose storte penzola e fa rumore, come se avesse delle pentole attaccate, e sono quelli i giorni, gli anni, le telefonate in cui basta una parola per fare sbattere insieme tutte le pentole, ed essere certe che sia stata lei, mia madre.

“Chi ti credi di essere?” ripeteva sempre Flo a Rose, madre (anzi matrigna) alla figlia ribelle che sognava un’altra vita, che voleva scappare dalla vita di provincia, da quella donna un po’ volgare, bacchettona, che non sa niente e crede di sapere tutto. È il libro di Alice Munro che più assomiglia a un romanzo, e dentro ci sono quarant’anni di cose storte fra madre e figlia, c’è l’impossibilità di capirsi. È grazie a quell’insopportabilità che Rose se ne va dalla provincia e diventa un’attrice, e legge ad alta voce alle amiche le lettere indignate che sua madre le scrive, vincendo l’artrite che le deforma le dita pur di sgridarla: “Vergogna”, perché nelle “Troiane” stava a seno nudo, perché se suo padre non fosse morto da un pezzo avrebbe voluto morire quel giorno. Leggeva ad alta voce per fare ridere, per segnare una differenza, per ottenere un effetto teatrale e mostrare l’incubo che aveva abbandonato per sempre, “l’abisso che si era lasciata alle spalle”, e quindi il coraggio che aveva avuto nel rifiutare tutto. Mentre leggeva, però, e derideva sua madre, la donna che l’aveva messa in punizione mille volte e l’aveva picchiata e poi le aveva portato in camera i sandwich al formaggio e quelli al salmone, si era vergognata. Non della meschinità del gesto, perché era abituata a deridere sua madre, ma del fatto che non c’era niente da ridere, e in quell’abisso non c’era niente di speciale, niente di eroico, niente di diverso dai mille altri abissi in cui l’amore, l’imperfezione e le vite difficili si legano stretti insieme e fanno un pasticcio.

“I rimproveri di Flo erano assurdi come una protesta contro l’uso dell’ombrello, o il divieto di consumare uva passa. Ma erano sentiti e sinceramente addolorati; era tutto ciò che aveva da offrire una vita dura. Vergogna per un seno nudo”. Quando si capisce la cosa semplice, cioè che quei consigli non richiesti, quelle critiche al momento sbagliato, quei divieti o quei permessi, quel mancato incoraggiamento, mancata complicità o eccessiva disinvoltura sono quello, ma mai soltanto quello, che una madre ha da offrire, la sua vita con una figlia dentro, allora si può guardare tutto in un altro modo, senza più il rumore delle pentole che sbattono. È quello il momento in cui si diventa grandi, anche molto tardi, anche molto dopo. Senza nemmeno più la paura di non essere abbastanza grate, di avere perduto l’ammirazione. Come quando vediamo nostra madre rimpicciolirsi: all’improvviso è fragile, ha paura, vuole appoggiarsi.

La potenza di quando eravamo bambine e la vedevamo fortissima, anche terribile, non scintilla più. Ci fa arrabbiare anche questo, ci sembra un affronto. Noi abbiamo ancora bisogno di lei, del nostro sofà con le molle sporgenti, abbiamo bisogno di quel posto caldo in cui poterci sfogare, azzuffare, trovare motivi per sbattere il telefono o andare dall’analista, essere ancora infantili e viziate, e adesso lei è diventata una bambina buona. Ero io e adesso sei tu. E io che faccio, adesso che sei tu che piangi, adesso che sei tu che tendi le braccia? E io che faccio, adesso che non sono più in conflitto con mia madre? Adesso che so che non è una sua colpa, se io sono così. Se quando sono arrabbiata urlo esattamente come lei, e sbatto gli occhi, e faccio una smorfia all’ingiù con la bocca, e mi agito quando si parte e ho paura di dire che va tutto bene, perché poi magari va tutto male e allora meglio tacere le buone notizie. Adesso che vorrei essere per sempre il porto sicuro di mia figlia, la sua corazza, il suo albero. Anche il posto caldo dove viene a urlare maledetta e benedetta andrà bene, quando succederà. Dirà che la opprimo, che le rovino la vita, che non posso permettermi di chiederle con chi esce il sabato sera, che è colpa mia, ma io resterò salda. Saluterò mia madre con la mano, indosserò un elmetto e aspetterò di sapere da lei tutte le colpe che ho, tutte le cose che ho sbagliato. Tutte le cose sbagliate che ho amato.

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